IL MONTE VELINO

 

CENNI GEOMORFOLOGICI
Il massiccio del Monte Velino, imponente e maestoso, con i suoi 2487 mt. Rappresenta per altezza il terzo Gruppo montuoso dell’intera Catena Appenninica.

Anch’esso ubicato in Abruzzo come il Gran Sasso e la Maiella, la sua parte sommitale culmina con le tre maggiori vette piramidali denominate Monte Sevìce mt. 2355, Monte Velino mt. 2487 e Monte Cafornia mt. 2409.

Il Massiccio del Velino é costituito quasi interamente, come gli altri monti dell’Italia centrale, da calcari compatti e stratificati e quindi permeabili. Durante il processo dell’orogenesi (formazione dei rilievi montuosi – teoria della tettonica a zolle) le terre emerse, costituite in gran parte da calcari compatti ben stratificati, erano ricoperte da materiali argillosi ed arenarici che, a causa dello stesso processo, sono andati a depositarsi nelle valli, conferendo loro una certa impermeabilità.

Numerose sono le presenze carsiche, doline relative a questo fenomeno sono presenti nella parte alta del Monte Sevìce in prossimità della Selletta dei Cavalli (mt. 2112) queste, assorbendo acqua di origine pluviale e quella derivante dallo scioglimento delle nevi, la restituiscono nell’Alta Val di Teve dove é presente un sopravanzo di falda denominata Fonte Pazza (mt. 1700).

Convesso nel versante marsicano, é invece concavo nella sua parte nord-orientale dove sono presenti tre importanti circhi glaciali denominati Fossa Cavallo, Vallone dei Briganti e Vallone di Cafornia; essi sono l’inequivocabile testimonianza dell’erosione glaciale. Ed é proprio durante l’era glaciale che il Massiccio del Monte Velino era sede di tre ghiacciai; due più grandi quelli della Valle di Teve e della Valle Maielama che, erodendole ed imprimendo ad esse una sezione ad “U” scaricarono i loro detriti (oggi ricchezza estrattiva di materiali inerti da costruzione) rispettivamente verso Torano (RI) in località “Piano Pizzodente” e Magliano dei Marsi (AQ) in località il “Il Campo”. Il terzo, denominato Piccolo Ghiacciaio era posizionato tra le vette del Monte Velino e del Monte Cafornia ed a causa della sua esposizione a meridione terminava a quote più alte e la sua erosione, questa volta di tipo fluviale, dava origine al Canalino e depositava i suoi detriti nella zona di Colle Pelato.

Un altro aspetto del periodo della glaciazione, questa volta riferito alla vegetazione lo ritroviamo nella rara presenza di alcune colonie di betulle presenti nella Valle Teve e delle quali per ovvii motivi di protezione ambientale, non ne comunichiamo l’esatta ubicazione. Si segnalano inoltre la presenza di alcune specie di fiori, anch’esse residui dell’era glaciale, presenti in un terrazzo posto tra i circhi glaciali di Fossa Cavallo ed il Vallone dei Briganti.

CENNI STORICI
Il massiccio del Monte Velino, mt. 2487, terza elevazione montuosa degli Appennini, è la montagna più alta visibile da Roma.

Furono proprio persone provenienti dalla nobiltà romana a frequentarla in veste escursionistica, mentre le popolazioni locali di valle vedevano in esso un enorme patrimonio da sfruttare per l’allevamento del bestiame, attività che creava ricchezza con la produzione di carni e formaggi.

Questa montagna, però, che già nella prima metà del “900 è stata definita area di interesse naturalistico, in passato coinvolse le popolazioni valligiane non tanto per i suoi pregi naturalistici quanto invece per eventi storici di notevole importanza.

Il Velino infatti è stato impassibile testimone della storia marsicana di tutti i tempi. Assistette alle battaglie che l’esercito dell’antica Roma combatté per espugnare Alba Fucens. Una tesi del prof. Paolo Fiorani collega le origini di Magliano dei Marsi al luogo in cui l’esercito romano, secondo le antiche abitudini, forgiava le armi prima di sferrare gli assalti; ed è dal maglio, attrezzo necessario per la forgiatura delle armi, che deriverebbe il nome di Magliano.

Il Velino fu osservatore dei lavori effettuati per volere dell’imperatore Claudio Nerone per l’apertura dei cunicoli necessari alla regolamentazione delle acque del Fucino; della battaglia che il 23 agosto 1268 vide Corradino di Svevia e Carlo D’Angiò affrontarsi nei Piani Palentini; delle scorribande e dei saccheggi che il Comandante dell’Esercito Borbonico La Grange faceva nei centri marsicani che avevano aderito al Regno d’Italia, e fra questi anche Magliano che il 20 ottobre 1860, per intercessione dei suoi Santi protettori Giovanni e Paolo, fu risparmiata dal saccheggio e dal massacro. Il Monte Velino fu anche testimone del prosciugamento del Lago del Fucino effettuato nella metà del 1880 dal Principe Alessandro Torlonia.

Per capire meglio il rapporto più diretto che la gente di valle ha avuto con il Monte Velino dobbiamo avvicinarci ai tempi più recenti, quando durante la seconda guerra mondiale, grazie al riparo che il Velino offriva da eventuali attacchi aerei, si insediò nel vicino centro di Massa d’Albe il Quartier Generale dello Stato Maggiore tedesco per l’Italia centro-sud capeggiato dal generale Kesserling; e fu spesso la Grotta di San Benedetto (m. 1.670) assieme ad altre cavità naturali a dare riparo ai numerosi fuggiaschi che cercavano protezione dai bombardamenti che gli alleati, infruttuosamente, effettuavano per espugnare questo presidio. Poi il 12 maggio 1944 alle ore 7,30 centinaia di aerei alleati con un bombardamento a tappeto fecero saltare in aria il rifugio del comando tedesco, che aveva seminato il terrore tra la popolazione, e fece decine di vittime civili tra coloro che erano rimasti in casa. Il 26 novembre 1947 destò molta apprensione la morte del “Frate Rosso”, tale Edgard Leibfried, alunno del Pontificio Collegio Germanico-Ungarico, in escursione con altri amici sul Monte Velino. Alcuni anni dopo un’altra disgrazia scosse gli animi della gente, era l’8 marzo 1962 , quando a tarda sera un aereo militare alle ore 22,46 si schiantava nella parete SW del Monte Velino con un cupo boato, provocando la morte di cinque persone tra ufficiali e sottufficiali dell’esercito. Ci furono anche molti altri incidenti che hanno dato luogo a un detto popolare che afferma che il Velino vuole per sé una vittima l’anno. Situazione questa che crea molta diffidenza nella popolazione locale. Però si comprende che l’aumento delle presenze in montagna, soprattutto escursionisti provenienti dalla Capitale, comporta naturalmente una maggiore probabilità di incidenti.

Comunque il nome del Monte Velino non è legato solo alle sciagure, ma ricorda anche momenti festosi, infatti il 12 agosto 1948 una coppia proveniente da Santa Anatolia celebrò il matrimonio in vetta : si trattava degli sposi Mario Placidi e Johanna Spring.

Il 27 Giugno 1948 tre escursionisti appartenenti al Dopolavoro della Banca d’Italia in Roma e rispondenti ai nomi di A. Fedeli, B. Caira e M. D’Arcangeli issarono sulla vetta del Monte Velino, nel rispetto di un voto fatto dal Caira, una tra le più belle croci che si trovano sulle vette delle montagne italiane. Qualche anno dopo il giorno 1° luglio 1964, un’altra coppia di escursionisti, tali Ignazio Donato Schirò e Paola Anceschi di Roma decisero di convolare a nozze su questa vetta e dopo una spedizione notturna all’alba furono uniti in matrimonio, per spettanza territoriale, dal Parroco di Magliano dei Marsi don Augusto Orlandi.